lunedì 21 settembre 2009

l'aereo di ottobre


grande, per volare lontano e portare via tutto. me ne accorgo solo ora. ed è ancora più grande.

martedì 15 settembre 2009

sabato 12 settembre 2009

mercoledì 26 agosto 2009

Corto come i giorni a venire

Carlo, ho deciso: non farò più gite. Un po' per il mondo che non c'è più da fidarsi di nessuno, un po' per i budget ridotti all'osso. Stasera per esempio. Mi godo la città. Si sta quasi bene, l'arietta in terrazza fingo anche di avere un giardino e innaffio spensierata. Il nano è sempre là, più grande del Narciso che ho piantato. Stizzita per poco, spazzo e semino briciole che finiranno di sotto, di sicuro: ghirigori, anche loro. C'è un silenzio irreale, i nuvoloni grigi che stazionano sulla città da ore sembrano intimidire i torinesi che stasera grazie al cielo appunto non producono inquinamento sonoro e si dedicano ai lavori domestici. Io non mi smentisco e prendo nota: l'inquilina di fronte ascolta Il cielo in una stanza e ripassa le mensole vuote.
Non odio più Torino sai? Adesso che ho firmato, che so che me ne vado, ho imparato ad accettarla come un errore di cui si prende atto. Il rimedio, ovviamente, lo cercherò altrove.
Come sta il moribondo? Ci hai messo un'altra pezza?
Ora però ti saluto, vado a scrivere da un'altra parte.
Il falegname, gli scatoloni, le cartoline mai spedite, la gabbietta del piccione da restaurare: come vedi ci sono ancora un sacco di cose da fare. Meglio che mi faccia sentire io,
Louise

giovedì 30 luglio 2009

Backstage Argentina



Ma non ti chiedi mai 
che fine ha fatto il regalo argentino, 
e ancor più il suo biglietto?
La tua non era una poesia.








venerdì 17 luglio 2009

G.






Beth sale sul palco. è proprio lei, grassa da far schifo, quasi bassa.
-Ciao Torino!
da quella mole di carne esce una voce da bambina, come strizzata da tutto quel corpo penso, che fatica dev'essere a uscirne.
solleva un bicchiere di birra. e rutta. alla tua salute cara. tutti applaudono senza impazzire. beata te che mangi e bevi, le torinesi qui presenti sono tutte ossa, con il solito costoso look perfetto trasandato e la puzza sotto il naso. io indosso dei pantaloni bianchi scoloriti, e una borsa che non so dove mettere. a Buenos Aires però andava di moda la frangetta.
lo spettacolo è cominciato. un po' le canzoni mi sembrano tutte uguali, un po' non mi sforzo a capire l'inglese, così decido di fare almeno qualche foto. nella macchina ci sono le vacanze appena finite: a riguardarle, con questa musica di fondo e il buio tutto attorno, fanno rima e io mi perdo. ogni tanto mi sembra di riconoscere Call me di Blondie, altro tanto la colonna sonora di Supercar (-Kit, vieni a prendermi). vado indietro.
il complesso però mi piace. la guardo, Beth, muove le braccia, le tette il culo ma non dimagrisce. è un fenomeno americano, è tutta king size. il personaggio mi appassiona come l'aneddoto di un sobborgo.
qualcuno tra le prime fila le mette in mano un volantino.
lei, che è buio e non capisce l'italiano, tutto quello che vuol sapere è:
-Is it gay?
musica.
-Is it gay?
poi canta Standing in the way of control, l'unica Carlo che conoscevo oltre la uniforme somiglianza di tutte le altre canzoni. e come sempre quando qualcuno canta per l'ennesima volta il pezzo che l'ha reso famoso, non riesco a non chiedermi: ma non è stanca?
ma forse tu meglio di me sai che Narciso, quando cadde nel lago, non fu per stanchezza. 
e intanto mi guardo intorno, la mia è serenità mista a indifferenza, non fosse per la borsa senza manico.

e alla fine sai cosa fa?
intona "We are..."
io penso: stupenda, un omaggio trash-pop.
e invece no, fa We are the champions. io rimango della mia idea. voleva cantare Michael Jackson ma il fenomeno americano deculturato secondo me si è sbagliato. che ne pensi? sì sì dev'essere andata proprio così, perché all'inizio le note erano quelle di We are the world. ma non lo sapremo mai, le luci si sono spente troppo in fretta: la cicciona rischiava un infarto a cantare seriamente con tutti quei chili in una notte d'estate.
e me ne vado, così come son venuta, inconcludente per un attimo quasi senza senso. 
però tu sai io c'ero andata per te.

ps. e quando mi libererai di questo inutile cinismo? chissà quanti altri gossip mi son persa.  

lunedì 25 maggio 2009

sete verde

che caldo. e non posso neanche tirare un sospiro di sollievo.
come stai? non credere io non pensi alla tua casa nuova. anzi. ci penso tutti i giorni. a come potrebbe essere e invece sarà. ma la cosa che più mi preme è sapere come affronterete il caldo estivo: come fate con le piante in terrazza? avete studiato un impianto d'irrigazione oppure la sera vi alternerete con la respirazione bocca a bocca? annaffiatoio. ossigeno. sete verde. quel giardiniere di cui non ti ho mai parlato. il taccuino e il registratore che non ho mai avuto. scusami scusami. (ascolto Dente in questo periodo. me l'ero perso, insieme a tutto il resto. mi allieta sai? sì sì. mi mandi una foto della casa ambientata? venite in Slovenia, lontano dai luoghi comuni? la scuola e i comportamenti sociali non fanno più per me.)  

giovedì 11 dicembre 2008

martedì 28 ottobre 2008

Chi ha detto che i muri bianchi non fanno pensare?


Vivo a Torino da più di due anni e mezzo. Da più di due anni e mezzo: è troppo anche a scriversi. Ho avuto quindi tutto il tempo di elaborare un odio quasi razionale e comunque ragionevole verso questa città, odio che trova la sua sintesi migliore e più creativa nell'affermazione lapidaria di un geniale ghost writer: "poverini!".
Sono convinta che ogni città o paese abbia il suo Bansky: Torino ha partorito l'autore di "poverini!". Lo scrive un po' ovunque sui muri della città senza, penso, una particolare logica dislocativa. E per quanto io non abbia mai capito esattamente se "poverini!" si riferisca ai muri che non possono parlare oppure sia un manifesto di vicinanza dedicato ai miserabili che come me si trovano a vivere a Torino ("nessuno meglio di me vi può capire!", "Vicini a voi." di Intesa Sanpaolo), penso che "poverini!" sia il miglior annuncio pubblicitario che la città abbia mai avuto. Una di quelle cose che vengono bene al primo colpo, non hanno bisogno di maggiori informazioni, non lasciano spazio a repliche ma sono lì, come una verità assoluta, come un giudizio insindacabile, come un'onta che nessuno potrà mai cancellare. "poverini!". Nient'altro.

lunedì 27 ottobre 2008

venerdì 24 ottobre 2008

giovedì 23 ottobre 2008


Se anche tu hai un sogno nel cassetto,
cerca di realizzarlo.
Fosse anche un desiderio infantile.
Anche solo dimagrire.
Amanda?













Music Drome, Milano.
Il locale dentro è come lo ricordavo, buio come un cubo, eppure dispersivo: ci metto un po' ad abituarmi alla penombra.
C'è puzza di pelle e di giacche a poco prezzo, mentre cerco di ascoltare la conversazione dei tre ragazzi accanto a me. Carlo mi comunica che stasera tutte le persone presenti sono potenzialmente interessanti, questi nel caso specifico parlano di cinema e saltellano.
Io sbadiglio e mi distraggo.
E poi Carlo? Altre indicazioni?
-Sbrigati con quell'hot-dog. Voglio andare sotto al palco, sentire di cosa sa il suo sudore.
Allungo il naso, forse Carlo è la tua giacca di pelle che puzza. Ma io ti seguirei ovunque. Ti prego girati, guarda se ci sono.
Il concerto comincia.
I miei occhi sono ancora a terra, persi tra le briciole che ho prodotto con quell'hot-dog.
Ma soprattutto penso alla mia macchina, a quel ragazzo mulatto che è passato proprio mentre Jean buttava la borsa con il computer nel bagagliaio.
E sai Carlo quando mi risveglio?
Quando Amanda allontana il microfono, come se questo fosse una madamigella diventata improvvisamente inutile e noiosa, ma la voce continua a uscire elegiaca dalle casse. Il microfono non serviva: ma non me l'aspettavo, capisci? Potevo restare delusa, girarmi verso qualcuno a caso e con una smorfietta sarcastica commentare: -Eh, lo sapevo che era in playback. E invece ho deciso di prenderla come un altro geniale colpo di scena.
è qui che mi risveglio.
La sala nel frattempo si è riempita. Amanda:
-You guys are fucking awesome!
In questo cubo claustrofobico non mi sono mai sentita così libera. Archi e violini si rincorrono, Amanda fa da ponte, triangolo equilatero senza prospettiva; e quando gli strumenti si sovrappongono, i presenti si abbracciano.
Io, io mi nascondo. Sono impalata davanti al gesso del suo piede: uno scarpone e uno stivale, un'altra messa in scena pensavo, e invece era necessità.
E sul finale, quella maschera incerata rubata al teatro giapponese.
Amanda resuscita mille volte stasera. Lo sapevo, questo sì, che non poteva essere morta.

lunedì 20 ottobre 2008

Miss Palmer is back.

Ma non mi hai detto dove andavi per 3 giorni. Io sono sempre qui, ho solo sognato che mi rubavano le scarpe. Per il resto sono qui, e cerco di perdere tempo nel miglior modo possibile.
Torna presto.

mercoledì 8 ottobre 2008

bellocchio

hai avuto modo di provarla? io sono in crisi d'astinenza. vedi che astenersi non serve a nulla anzi peggiora le cose, arrivano ospiti indesiderati e tu che fai? devi inventarti una bambola impolverata. il tempo indugia, ogni tanto penso che non ha nemmeno senso aspettare l'ispirazione e curare lo stile.